Intervista alla signora Elvira
dell’età di 81 anni
Per comprendere cos’è,
bisogna comprendere cosa è stato…
Come passavi le giornate alla nostra età, quand’eri poco più che una ragazzina?
Mi alzavo verso le 3,30/4,00 per lavorare nella fattoria di famiglia. Avevamo molti animali:venti pecore, dieci mucche, undici maiali molto grandi mentre trenta o quaranta un po’ più piccoli, una giumenta, una puledra, un asinello, dodici anatre e trenta o quaranta tacchini.
Dalla quantità degli animali si può dedurre che la vostra era una famiglia molto numerosa…
Infatti, avevo cinque fratelli e tre sorelle
Possedevate anche tanti campi?
Certamente, e tutti fruttavano bene. Li ho sempre lavorati, fin da quando avevo sette anni. Eh…..adesso le cose sono cambiate. Ciononostante non andavo mai a lavorare con tutti e due i miei genitori ed ogni volta, a dir la verità, speravo che ad accompagnare me e i miei fratelli fosse mio padre perché ci concedeva un po’ di riposo. Con mia madre invece era diverso…..lei non ci faceva mai smettere, nemmeno nelle ore più calde della giornata, ma in fondo i campi erano molto vasti e il lavoro non bastava mai, nonostante avessimo degli operai. A parte questo era una donna generosissima, una donna che preparava il pranzo anche per gli operai e non solo per loro:molte altre persone povere venivano a mangiare da noi. Alla mia famiglia non è mai mancato nulla e per questo, ringraziando Dio, non abbiamo mai dovuto fare la carità.
A che ora terminavate di lavorare?
Verso le 17,30/18,00. Poi però sistemavamo gli animali e la casa, cenavamo con i nostri prodotti genuini e, prima di andare a dormire, ci riunivamo attorno al camino e recitavamo il rosario: non andavamo mai a letto prima di aver pregato.
Andavi qualche volta a scuola?
Quando potevo sì, ma prima le cose erano diverse. Era il 1937, avevo dodici anni. Avevo iniziato ad andare a scuola tardi a causa del lavoro. Nella mia classe c’erano quaranta bambini: alcuni della prima, altri della seconda e perfino della terza elementare ma, ad insegnare, era solo una maestra.
C’era però molto rispetto: non facevamo mai baccano. Per esempio:un giorno la maestra dovette assentarsi per andare a Napoli ma il direttore non lo sapeva così, per non farglielo scoprire, restammo in perfetto silenzio per due ore. La maestra, ritornata, ci volle ricompensare regalandoci un frutto che non avevo mai visto prima d’allora: la banana. Purtroppo era una sola e, per far sì che tutti la potessero assaggiare, dovette tagliarla in modo da assomigliare a tante piccole ostie. Era poca, ma il sapore era delizioso…….me la gustai fino alla fine!
Dunque vi voleva bene la maestra
Certamente, ricordo ancora quando ci siamo conosciute….(si può notare nel suo modo di raccontare e dall’espressione del suo viso la nostalgia che prova per quei tempi).Mio fratello Alberto andava a scuola e, quando ritornava a casa e svolgeva i compiti, io li facevo con lui. Per questo, quando poi andai ad iscrivermi a scuola da lei, le dissi che sapevo già leggere e scrivere. Incredula, mi mise alla prova e così passai direttamente alla seconda elementare. Sia la maestra che il direttore provavano per me grande affetto. Addirittura costui mi riteneva brava a tal punto nella scrittura che portava a far vedere i miei quaderni a direttori di altre scuole, per vantarsi di me.
I rapporti tra te, il direttore e la maestra erano solo scolastici?
Con il direttore sì, ma con la maestra no. Veniva di frequente a mangiare a casa mia perché la scuola terminava alle 15,00 e lei abitava in un altro paese, più lontano, per arrivare al quale doveva prendere un autobus, che però passava proprio alle 15,00: quindi lo perdeva sempre. A quei tempi ne passava solo uno al giorno e per questo rimaneva da noi anche a dormire, non sempre, certamente…Si metteva in mezzo a Filomena e a Teresa, le mie due sorelle, nel letto matrimoniale e non si lamentava mai, anzi, sembrava proprio felice. Poteva però dormire anche a scuola, nella quale aveva a disposizione una stanza.
E perché non lo faceva?
Perché lì era sola mentre a casa mia eravamo in tanti ed era in compagnia. D’altra parte anche noi eravamo felici di ospitarla perché era molto gentile. Poi, in questo modo, mi faceva delle lezioni private perché, come ho già detto, non andavo sempre a scuola a causa del lavoro nei campi.
Per quanto rimase a casa vostra?
Rimase fino a quando non venne il terremoto che distrusse metà della nostra grande casa. Per questo poi lei dovette andare a dormire a scuola, ma io, sapendo che non le piaceva stare sola, dormii con lei nel letto a castello che aveva nella sua stanza per alcuni mesi. Le volevo tanto bene, e lei ne voleva a me.
Quando non andavi a scuola che ti diceva?
Niente, perché sapeva che lo facevo perché dovevo lavorare. I miei genitori ci tenevano che io andassi a scuola però è anche vero che dovevano rinunciare ad una persona che accudiva gli animali e lavorava nei campi, e questo, molte volte, non era possibile.
Avevi delle amiche?
Sì, molte, e anche gentilissime. La mia migliore amica però era Clotilde. Lei mi aiutava anche a lavorare per riuscire a farmi andare a scuola. Molte volte però, per la quantità di lavoro che c’era da fare non ci andava nemmeno lei. La consolazione almeno era quella che ci divertivamo un mondo a lavorare insieme perché ridevamo e scherzavamo.
E la maestra non diceva niente nemmeno a Clotilde?
No, a lei sgridava perché pensava che se fosse andata a scuola e avesse imparato poi poteva venire da me ad insegnare quanto aveva appreso.
E così è cresciuta Elvira, senza andare a scuola e senza giocare:diritti per dei bambini.
In compenso,però, ha acquisito una bontà d’animo introvabile in una società oggi troppo frettolosa,una bontà d’animo dettata dal dolore. Elvira ha vissuto sulla sua pelle tre terremoti, in uno dei quali suo nonno ha trovato la morte. Elvira ha vissuto una guerra: ha visto americani cadere dal cielo come pioggia d’autunno, defraudati dai tedeschi, e ha visto quella tessera chiamata della “fame”. Elvira ha guardato per diciotto mesi uno specchio nel quale ritrovava il viso di una sorella che non sapeva se i suoi fratelli,partiti per la guerra, fossero vivi o morti.
Elvira è la nostra memoria, è il nostro più bel libro di storia. Grazie
GRETA DELL’ANNA